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La Sacra Bibbia

 

Il termine Bibbia deriva dal greco e originariamente significa i libri: con tale appellativo, a cominciare dal III secolo dopo Cristo, autori cristiani come Clemente Alessandrino e Origene presero a indicare i libri sacri degli ebrei e dei cristiani. Successivamente il termine si latinizzò, dando origine nel Medioevo al sostantivo femminile La Bibbia, come dire il libro per eccellenza. Tale appellativo però non ricorre mai nelle pagine della stessa Bibbia, dove invece si trovano espressioni come sacre Scritture, Antico e Nuovo Testamento, termini che pure sono diventati abituali e correnti per designare l'insieme della Bibbia. Si tratta infatti non di un libro solo, ma di una raccolta di libri, la quale secondo il canone della chiesa cattolica enumera 46 libri scritti prima di Cristo, detti Antico Testamento, e 27 scritti dopo Cristo, chiamati Nuovo Testamento. Che di tutti i libri del mondo la Bibbia sia il più diffuso, il più letto, il più tradotto, il più studiato, il più ricco di ispirazione per la cultura umana e per l'arte è un fatto incontestabile. Persino sulla Luna è stata portata una pagina della Bibbia, e precisamente il Salmo 8, per iniziativa di Paolo VI, dai primi astronauti che vi sbarcarono il 21 luglio 1969.

Qui la Bibbia ci interessa soprattutto come libro sacro sul quale si fonda, in armonia con il magistero vivo della chiesa, la fede dei cristiani. Altri popoli, altre culture, altre religioni hanno i loro libri sacri; basti pensare ai Veda per la tradizione indù, al Tipitaka per i buddhisti, al Corano per i musulmani. Questi ultimi per vero riconoscono in parte le Scritture degli ebrei e dei cristiani, ma le ritengono falsificate dai loro rispettivi possessori, ragion per cui il Corano le soppianterebbe tutte. Riguardo agli ebrei, è evidente che della Bibbia essi riconoscono soltanto i libri scritti prima di Cristo, quelli che i cristiani chiamano Antico Testamento.

Gli ebrei classificano tradizionalmente i libri sacri in tre parti: la Legge (Tôrah) comprendente i cinque libri del Pentateuco; i Profeti (Nebî'îm) ripartiti in anteriori (libri di Giosuè, Giudici, Samuele, Re) e posteriori (Isaia, Geremia, Ezechiele e i dodici profeti minori); e gli Scritti (Ketûbîm: Salmi, Giobbe, Proverbi, Rut, Cantico dei Cantici, Qohèlet, Lamentazioni, Ester, Daniele, Esdra e Neemia, Cronache). Si noti quindi che gli ebrei non considerano sacri i libri di Tobia, Giuditta, 1 e 2 Maccabei, Sapienza, Siracide, Baruc. L'esclusione di questi libri da parte degli ebrei avvenne definitivamente verso la fine del I secolo d.C. La chiesa, ossia le prime comunità cristiane, seguivano già a quel tempo l'elenco più antico in uso presso gli ebrei di lingua greca e da essi passato alla comunità apostolica. Si deve notare tuttavia che alcuni dottori della chiesa antica, fino al secolo V, a motivo delle controversie con gli ebrei, avanzarono dubbi circa l'opportunità di includere tali libri nell'elenco dei libri sacri della fede cristiana. Analoghe incertezze si verificarono anche per alcuni scritti del Nuovo Testamento, come l'Apocalisse, la lettera agli Ebrei, la lettera di Giacomo, la seconda e terza lettera di Giovanni, la seconda di Pietro e quella di Giuda.

E' il cosiddetto problema del cànone (dal greco kanôn, norma), ossia dell'elenco ufficiale e normativo dei libri sacri, sul quale i contrasti non furono mai drammatici in seno alla chiesa, poiché si giunse progressivamente e spontaneamente a un consenso. Il Concilio di Ippona, cioè l'assemblea plenaria dei vescovi della provincia d'Africa nel 393, presente sant'Agostino, stabilì un canone identico, per il numero dei libri, a quello che papa Innocenzo I nel 405 inviava a Esuperio, vescovo di Tolosa: quando dunque, l'8 aprile 1546 sotto Paolo III, il Concilio di Trento definì solennemente il canone con il celebre Decreto sui libri sacri, non fece che ratificare la tradizione più autorevole della chiesa. Si deve notare tuttavia che per i libri dell'Antico Testamento i protestanti decisero di seguire il canone degli ebrei; per questo le edizioni protestanti della Bibbia non contengono, o mettono a parte, i libri di Tobia, Giuditta, Sapienza, Siracide, Baruc, 1 e 2 Maccabei. Non sarà inutile sapere che i protestanti sogliono chiamare apocrifi tali libri, mentre nel linguaggio cattolico è invalso presso qualche studioso l'uso di designarli come deuterocanonici per indicare che vi furono dubbi sulla loro autenticità, distinguendoli così dai protocanonici, sui quali non vi fu mai alcun dubbio.

Altri libri venerabili sorsero in vari circoli religiosi ebrei e cristiani negli ultimi due secoli dell'età antica e nei primi secoli del cristianesimo. Anche per essi vi furono discussioni e incertezze, finché si giunse progressivamente e per consenso unanime e spontaneo a espungerli dal canone della Bibbia. Questi libri (come il Protovangelo di Giacomo, il Vangelo di Tommaso, ecc.) dai cattolici vengono chiamati apocrifi, cioè di origine occulta; i protestanti li chiamano pseudoepigrafici, cioè dal titolo falso. Essi sono interessanti per conoscere le idee religiose degli ambienti in cui sono nati, ma non furono mai riconosciuti come canonici; non appartengono quindi alla Bibbia e non possono affiancarsi ad essa.

Oltre che in libri, la Bibbia appare divisa, nell'ambito di ogni singolo libro, in capitoli e versetti. Ciò serve praticamente per la consultazione e l'indicazione esatta dei passi nelle citazioni; così trovando, per esempio, Gn 20,15, chiunque sa che si tratta del libro della Genesi, capitolo 20, versetto 15. Ma giova sapere che tale numerazione non è primitiva e talvolta non corrisponde a ciò che sarebbe richiesto dal senso e dal contenuto del passo. Fu Stefano Langton, professore all'Università di Parigi e poi cardinale, che verso il 1214 divise in capitoli la Bibbia latina detta Volgata. Quanto ai versetti, il primo a numerarli in margine fu Sante Pagnini, di Lucca, nel 1528; per il Nuovo Testamento divenne normativa la divisione introdotta dall'editore umanista Robert Estienne nel 1551.

 

Molti libri, un solo disegno

Alla molteplicità dei libri s'accompagna nella Bibbia la varietà dei libri stessi e del loro carattere letterario. Non può infatti la Bibbia venire paragonata a un catechismo e tanto meno a una trattazione sistematica, anche se alcune parti della Bibbia possono rivestire tali caratteri. Molti libri, molti autori, vissuti in un arco di circa tredici secoli, hanno contribuito a scrivere la Bibbia quale è giunta tra le nostre mani. Le vicende attraverso cui i singoli testi sono passati possono sembrare incredibili, certo sono appassionanti: si pensi alla commozione del re Giosia e di tutta Gerusalemme quando nel 622 a.C., durante lavori di restauro del tempio, venne alla luce il manoscritto di un testo sacro, che gli studiosi identificano globalmente con il nucleo dell'attuale Deuteronomio, il quale era stato praticamente emarginato e abbandonato sotto il regno del non esemplare Manasse, predecessore di Giosia (cfr. 2Re 22-23). Ma già il successore del pio re Giosia, l'astuto e calcolatore Ioiakìm, bruciò il testo delle profezie di Geremia in faccia a Iudi, servo del re: «Appena Iudi aveva letto tre colonne o quattro, il re le stracciava con il temperino dello scriba e le gettava nel fuoco che era nel braciere, finché fu consumato l'intero volume sul fuoco che era nel braciere» (Ger 36,23). Al che Geremia reagì dettando nuovamente il libro che era stato distrutto. Questi episodi, e altri analoghi e diversi se ne potrebbero raccontare, indicano a sufficienza che i libri della Bibbia sono stati scritti da autori che hanno condiviso l'esperienza umana e spirituale del popolo ebraico nel corso della sua lunga storia. Non fa meraviglia quindi che in essa si trovino, affiancati e intersecati, i libri e gli stili più diversi.

La prima pagina della Genesi ha il tono solenne di un poema sulle origini, l'ultimo capitolo dell'Apocalisse ha la forma di una visione su un aldilà che si dischiude, radioso e fresco di vita, oltre le soglie della realtà cosmica e storica. E in mezzo, racconti, storie, preghiere, leggi, poesie, annali, profezie, leggende, canti d'amore, inni, lamentazioni, brani d'archivio, lettere, professioni di fede, proverbi, discorsi e così via. Ma qual è il tema di tutta questa sinfonia, quale l'oggetto di cui trattano e a cui si riferiscono gli scritti molteplici e diversi che sono confluiti nella Bibbia? E' il disegno di Dio verso gli uomini, il dono della salvezza messianica, la storia in cui questa salvezza viene resa sensibile e manifesta. Dopo aver delineato come in una grande tela di fondo l'evento della creazione e la situazione dell'umanità davanti a Dio (i primi undici capitoli della Genesi) l'attenzione della Bibbia si concentra sulla chiamata di Abramo (verso il 1850 a.C.) e sulla promessa-benedizione-alleanza preannunciata alla sua discendenza e attuata in Gesù Cristo morto e risorto agli inizi della nostra èra. In Gesù sono vinti il peccato e la morte, e grazie alla fede in lui suggellata dal battesimo sorge una nuova comunità soprannazionale, la chiesa, la quale è chiamata a essere «sacramento, cioè segno e strumento di un'unione intima con Dio e dell'unità di tutto il genere umano» (LG 1).

Tale è il filo d'oro che attraversa tutta la Bibbia e ne costituisce l'unità e la ragione d'essere. Nessuno può negare la straordinaria ricchezza di cultura, di arte e di cognizioni umane depositata nella Bibbia: vi si trovano preziose notizie sulla storia antica, pagine di altissima poesia, narrazioni condotte con arte semplice ed efficace, analisi insuperabili del cuore e delle passioni umane, modelli di saggezza convalidati dai secoli; ma la Bibbia è soprattutto il libro in cui è documentato il disegno di Dio verso gli uomini e suo contenuto è il messaggio della salvezza indirizzato da Dio all'umanità. Come scrisse sant'Agostino: «Ci sono pervenute lettere da quella città verso cui siamo pellegrini: sono le sacre Scritture» (Sermone 9,1 sul Salmo 90). E' quindi legittimo, anzi doveroso per un cristiano, interrogarsi sul contenuto di tale messaggio.

 

Di che cosa parla la Bibbia

In ogni pagina della Bibbia il grande protagonista è Dio. «Poiché tutte le cose provengono da lui, esistono in grazia di lui, tendono a lui. A lui gloria per i secoli. Amen» (Rm 11,36). Questa esclamazione di san Paolo si può scrivere sul frontale della Bibbia. Tutto nella Bibbia parte da Dio e ritorna a Dio. E non si tratta del Dio astratto dei filosofi, ma di un Dio vivo e vero, che ama gli uomini e presenta lineamenti simili a quelli di una persona, fino al punto di venire descritto con tratti antropomorfici, come quando si legge della collera di Dio, dei suoi occhi, dei suoi piedi, delle sue mani. Non ci si deve meravigliare, ma piuttosto sforzarsi di comprendere e di tradurre.

La Bibbia insegna che Dio è indicibile, inafferrabile, supera la presa dell'intelletto umano quanto la volta del cielo dista dalle mani dell'uomo, e tuttavia parla continuamente di Dio, servendosi di molte immagini e superandole tutte. Qualcuno ha parlato qui di un diamante dalle mille sfaccettature. C'è il Dio sovrano e maestoso della Genesi che «dice» e le cose balzano all'essere. C'è il Dio che modella «l'uomo-Adamo», il Dio che chiama Abramo, il Dio che ispira Giuseppe, il Dio che si rivela a Mosè, il Dio che annienta il faraone, il Dio che guida le schiere d'Israele, il Dio tremendo del Sinai, il Dio «santo e separato» del Levitico, il Dio che comanda del Deuteronomio, il Dio familiare di Tobia, il Dio di giustizia di Amos, il Dio d'amore di Osea, il Dio santo e redentore di Isaia, il Dio intimo di Geremia, il Dio sposo di Ezechiele, il Dio misterioso di Giobbe, il Dio amante della vita dei libri sapienziali, il Dio Padre dei vangeli, di Paolo e di Giovanni, il Dio eterno dell'Apocalisse. In un momento fondamentale della storia d'Israele questo Dio rivela il suo nome a Mosè dicendo: «Io sono». Di conseguenza Mosè dirà al popolo: «Io sono [cioè Colui-che-è, in ebraico Jahweh] mi ha inviato da voi» (Es 3,14-15).

Questo nome arcano non veniva mai pronunciato, per riverenza, dagli Israeliti: soltanto eccezionalmente, entrando nel santo dei santi, abitazione di Dio nel tempio di Gerusalemme, il sommo sacerdote pronunciava «il Nome» con invocazione solenne, mentre i leviti cantavano in modo che nessuno potesse sentirlo. Nelle scuole, affinché gli studenti sapessero come si pronunciava, «il Nome» veniva pronunciato dal rabbino una volta ogni sette anni. Per evitare anche la lettura occasionale, alle quattro lettere consonanti del tetragramma sacro JHWH si intercalavano le vocali di Adonai, che vuol dire «il Signore» o «l'Eterno». Dall'unione delle due parole nacque la lettura Jehowah o Geova, erroneamente reclamata come esclusiva. Recentemente, per rispetto a chi ritiene «il Nome» impronunciabile, anche nelle Bibbie cattoliche si evita di scrivere per esteso il nome divino, preferendo il tetragramma ineffabile JHWH o traducendo con l'equivalente «il Signore». In alcune pagine, per esempio nei Salmi, gli attributi di Dio si accastellano; si veda per esempio l'inizio del Salmo 18, chiamato con ragione il Te Deum di Davide:

«Ti esalto, Signore (Jhwh), mia forza, 
Signore (Jhwh), mia roccia, mia fortezza, mio scampo; 
mio Dio, mia rupe di rifugio, mio scudo, 
potenza di mia salvezza, degno di ogni lode».

Se è vero che per ogni uomo il senso della vita è la ricerca del suo principio e del suo fine, in termini cristiani «la ricerca di Dio», allora la Bibbia è il libro più ricco per rispondere a questa sete inestinguibile dell'uomo. Di fronte a Dio nella Bibbia sta l'uomo, creatura di Dio e in dialogo con lui. Il primo capitolo della Bibbia parla della benedizione e del destino dell'uomo e della donna: «Dio li benedisse e disse loro: "Siate fecondi e moltiplicatevi, riempite la terra e soggiogatela"« (Gn 1,28), mentre l'ultima pagina si conclude come in un'invocazione appassionata: «Vieni, vieni presto!» (Ap 22,20).

Insieme a Dio la Bibbia parla quindi costantemente dell'uomo, dell'uomo totale, con i suoi alti e bassi, le sue generosità e le sue cadute. A chi domandasse se la Bibbia parli dell'uomo in maniera pessimistica o ottimistica si dovrebbe rispondere che ne parla con realismo e fine psicologia, descrivendolo senza veli né falsi pudori, con la sua grandezza e la miseria insita nella proclività al male che lo segna fin dalle origini. Dovunque la Bibbia presenta uomini e donne alle prese con i medesimi enigmi e le stesse miserie di tutti. Il peccato segna dolorosamente la condizione umana: la Bibbia non lo nasconde e fa appello alla responsabilità, perché l'uomo può dominare l'inclinazione al male (Gn 4,7) e Dio è vicino a tutte le creature (cfr. At 17,27). Descrivendo il male, però, la Bibbia lo mostra sempre nello specchio della santità divina, per provocarne il timore e la condanna. Tutto ciò che l'uomo ha di più profondo trova eco nella sacra Scrittura. Essa gli offre le parole per lamentarsi e invocare, per esprimere la gioia ma anche la tristezza, la delusione e la disperazione. Fine costante della Bibbia nei confronti dell'uomo è di condurlo a Dio, di portarlo ad arrendersi a lui, gettandosi tra le sue braccia, con la fede di Abramo. Si direbbe che tutta l'avventura umana secondo la Bibbia si risolve nell'attesa che l'uomo si decida per Dio. Di fatto si assiste nella Bibbia quasi a ogni pagina all'appello di Dio verso l'uomo e alla resistenza dell'uomo verso Dio. A volte si ha quasi l'impressione che l'uomo sia conteso tra due forze, Dio e Satana, contrapposti in un'ostilità che percorre i secoli. Ma di questa lotta perenne la Bibbia conosce, annuncia e garantisce la vittoria, il cui epilogo avverrà nel famoso «giorno del Signore» di cui parlano l'Antico e il Nuovo Testamento. In realtà, però, il momento della vittoria è situato nella morte-risurrezione di Gesù Cristo; grazie a lui ogni uomo può diventare vincitore.

Si tocca così il terzo grande tema della Bibbia: Gesù di Nazaret, Messia mediatore di salvezza tra Dio e l'uomo. E' nota la grande affermazione di san Paolo: «Quando giunse la pienezza del tempo, Dio inviò il Figlio suo, nato da una donna... affinché ricevessimo l'adozione a figli» (Gal 4,4-5). Questa affermazione spezza la storia in due parti, quella prima di Cristo, intesa come preparazione e attesa, e quella dopo Cristo, che è compimento e attuazione definitiva. Perciò la Bibbia si divide in Antico e Nuovo Testamento. E' qui che la Bibbia cristiana si differenzia da quella degli ebrei; essi non accettano evidentemente il Nuovo Testamento, che tratta del compimento messianico di Cristo, e inoltre considerano quello che noi chiamiamo Antico Testamento non già secondo una direttrice storico-profetica che approda al Messia, ma secondo una circolarità che pone al centro di tutto la Tôrah, la Legge, ossia il Pentateuco, interpretando gli scritti storici, profetici e didattici in funzione di essa. Per i cristiani invece l'Antico Testamento è tutto un corale profetico, come una foresta le cui punte additano il Cristo. E questo già fin dalle origini quando, dopo la caduta originale, Dio «risollevò gli uomini alla speranza della salvezza». L'affermazione è tratta dalla costituzione dogmatica Dei Verbum sulla divina rivelazione promulgata dal Concilio Vaticano II. La pagina è degna di essere riportata qui, perché raccoglie in sintesi la convergenza di tutta la Bibbia a Gesù Cristo, venuto nella pienezza dei tempi e ora atteso nella sua manifestazione gloriosa alla fine della storia. Ecco le affermazioni del concilio: «Piacque a Dio nella sua bontà e sapienza rivelare se stesso e manifestare il mistero della sua volontà, mediante il quale gli uomini, per mezzo di Cristo Verbo fatto carne, nello Spirito Santo hanno accesso al Padre e sono resi partecipi della divina natura... La profonda verità, poi, sia di Dio, sia della salvezza degli uomini, per mezzo di questa rivelazione risplende a noi in Cristo, il quale è insieme il mediatore e la pienezza di tutta la rivelazione. Dio, il quale crea e conserva tutte le cose per mezzo del Verbo, offre agli uomini nelle cose create una perenne testimonianza di sé, e inoltre, volendo aprire la via della soprannaturale salvezza, fin da principio manifestò se stesso ai progenitori. Dopo la loro caduta, con la promessa della redenzione li risollevò nella speranza della salvezza... A suo tempo chiamò Abramo, per fare di lui un gran popolo, che dopo i patriarchi ammaestrò per mezzo di Mosè, affinché lo riconoscessero come il solo Dio vivo e vero, Padre provvido e giusto giudice, e stessero in attesa del Salvatore promesso, preparando in tal modo lungo i secoli la via del vangelo. Dopo avere Iddio, a più riprese e in più modi parlato per mezzo dei profeti, "in questa (che è la) fine dei tempi ha parlato a noi nel Figlio" (Eb 1,2). Mandò infatti suo Figlio, cioè il Verbo eterno che illumina tutti gli uomini, affinché dimorasse tra gli uomini e ad essi spiegasse i segreti di Dio. Perciò egli, vedendo il quale si vede anche il Padre, col fatto stesso della sua presenza e con la manifestazione di sé, con le parole e con le opere, con i segni e con i miracoli, e specialmente con la sua morte e la sua risurrezione di tra i morti e infine con l'invio dello Spirito Santo, compie e completa la rivelazione e la corrobora con la testimonianza divina, che cioè Dio è con noi per liberarci dalle tenebre del peccato e della morte e risuscitarci per la vita eterna» (DV 2.3.4). Gesù perciò, secondo la Bibbia, è il compimento delle promesse così spesso ripetute e via via illuminate nel corso dei secoli. E' il Messia che viene e inaugura, che pone se stesso come fondamento (cfr. 1Cor 3,11), come prima «pietra vivente» (1Pt 2,4), e affida alla chiesa il compito di continuare l'edificio.

Proprio perché, secondo l'espressione di sant'Agostino, «il Nuovo Testamento è nascosto nell'Antico e l'Antico Testamento diventa chiaro nel Nuovo» (Questioni sull'Ettateuco, 2, 73), la chiesa non soltanto non respinge l'Antico Testamento, come pretendevano alcuni eretici nei primi secoli del cristianesimo, ma lo studia, lo analizza e lo percorre da una pagina all'altra alla ricerca delle parole, dei fatti, delle immagini, delle esperienze che preparano e preannunciano ciò che dovrà realizzarsi in Cristo e nella sua chiesa.

 

Come parla la Bibbia

E' certezza sicura della chiesa che nella Bibbia Dio parla agli uomini. Per questo ogni lettura biblica nel corso della liturgia termina con l'affermazione «Parola di Dio». Vedremo in seguito la ragione e le modalità di questa certezza cristiana. Ora ci interroghiamo sul modo in cui la Bibbia parla agli uomini. Si può partire da un'indicazione autorevole della costituzione Dei Verbum: «Poiché Dio nella sacra Scrittura ha parlato per mezzo di uomini e alla maniera umana, l'interprete della sacra Scrittura, per capire bene ciò che egli ha voluto comunicarci, deve ricercare con attenzione che cosa gli agiografi abbiano inteso significare e a Dio è piaciuto manifestare con le loro parole. Per ricavare l'intenzione degli agiografi si deve tener conto tra l'altro anche dei generi letterari. La verità infatti viene diversamente proposta ed espressa nei testi in varia maniera storici o profetici o poetici o con altri modi di dire. E' necessario dunque che l'interprete ricerchi il senso che l'agiografo intese esprimere ed espresse in determinate circostanze, secondo la condizione del suo tempo e della sua cultura, per mezzo dei generi letterari allora in uso» (DV 12).

Si deve riconoscere che mai nel passato il magistero della chiesa si era espresso così esplicitamente e diffusamente sulla varietà degli uomini che Dio ha ispirato a scrivere, sul contesto storico e culturale in cui vissero e da cui furono condizionati, nonché sui tanti generi letterari da essi adoperati. Nella molteplicità e diversità sorprendente di uomini e di scrittori – dal ruvido Amos, pastore di mandrie a Tecoa, al nobile Isaia, da Geremia, squisito nella sua sensibilità, a Paolo di Tarso, appassionato e rubesto nella parola, per non dire dei molti, e sono la maggior parte, rimasti per noi sconosciuti – ogni scrittore conserva la sua personalità, il suo stile, e manifesta i condizionamenti del tempo e della cultura in cui vive. Per comprendere gli autori biblici è quindi necessario conoscere il contesto in cui ogni autore è inserito. E non si tratta soltanto del contesto scientifico, per cui parlando delle origini o della struttura fisica del mondo o della storia e della geografia ciascun autore si esprime secondo le conoscenze della sua epoca.

C'è anche il contesto morale e religioso: ogni età ha un suo livello morale. C'è nella storia, anche e soprattutto dell'Antico Testamento, un'elevazione lenta e progressiva della coscienza. La coscienza religiosa di Abramo e dei patriarchi non è quella di Mosè, e questa è ancora lontana da quella degli Israeliti dopo l'esilio, e ancora di più da quella cristiana. Chi non sta attento a collocare una pagina biblica nel contesto storico in cui è sorta corre il rischio di scandalizzarsi inutilmente. Non deve far meraviglia, per esempio, se la soglia della vita eterna non è varcata nella maggior parte dell'Antico Testamento: è un orizzonte che si schiude a poco a poco e brillerà soltanto alla fine dell'Antico Testamento e poi pienamente nel Nuovo.

C'è poi il contesto letterario, che è semitico e sotto molti aspetti differenziato rispetto alla mentalità occidentale. Il semita ignora l'astrazione, non usa le definizioni concettuali, ama proporre le idee a mezzo di suggestioni e di immagini, senza curarsi della loro coerenza, accumulando tratti e simboli significativi. E c'è un ritmo semitico, vi sono procedimenti, come il parallelismo e la ripetizione, modi di scrivere che l'educazione letteraria occidentale ha abbandonato: l'autore, per esempio, può usare fonti diverse, fonderle, cucirle insieme, senza giustificarsi davanti al lettore.

Quanti generi letterari si trovano nella Bibbia? Vi sono prosa e poesia, libri storici e saghe, raccolte di leggi e canti liturgici, visioni e discorsi, e così via. E' quindi evidente che prima di leggere l'uno o l'altro libro si deve sapere davanti a quale genere letterario ci si trova, a rischio di gravi controsensi. E in uno stesso genere letterario vi sono ancora differenze. Si prenda la storia, per esempio. Si sarà notato che la costituzione Dei Verbum parla sapientemente di «testi in varia maniera storici», avvertendo così che c'è la storia epica della Genesi, di alcune parti dell'Esodo e del libro di Giosuè, c'è la storia politica dei libri dei Re, la storia aneddotica di Rut, di Elia, di Eliseo. E poi, quante anomalie in questa storia: scarsezza di date, omissioni vistose, epoche intere passate sotto silenzio, con abbondanza di particolari spesso insignificanti per noi: inventario di un bottino, numero delle concubine, prezzo della vendita di un campo... E ancora, in un medesimo libro si possono trovare, come in uno zibaldone, i generi letterari più diversi, come nel Pentateuco e nei profeti. Per citare soltanto un esempio: nei primi sei capitoli di Isaia vengono di seguito un invito al pentimento e alla conversione, una minaccia di castigo imminente, un oracolo di pace messianica, un'invettiva contro le donne avide di piaceri, una canzone allegorica, una protesta contro le ingiustizie sociali, l'apparizione sconvolgente di Dio al profeta: il tutto senza connessione, senza snodo di eventi; come può orientarsi un lettore che non sia preparato?

 

La Bibbia, parola di Dio all'uomo

Libro multiforme ma unitario, libro che svela il disegno divino della storia, libro riconosciuto ufficialmente dalla chiesa come norma della sua fede: tutte queste affermazioni convergono e culminano nell'assioma, indiscusso per i cristiani, che la Bibbia contiene la rivelazione e la parola di Dio agli uomini. Che cosa significa questo? Vi sono due concetti da chiarire a questo riguardo, cioè la rivelazione e l'ispirazione della sacra Scrittura. Vediamo anzitutto la rivelazione: dicendo rivelazione s'intende lo svelamento del «mistero» divino che consiste nella sua «volontà di chiamare gli uomini a sé e renderli partecipi della sua natura divina per mezzo di Gesù Cristo, Verbo fatto carne, nello Spirito Santo» (DV 2).

Questa rivelazione si è effettuata, secondo le dichiarazioni del Concilio Vaticano II, «con eventi e parole intimamente connessi, in modo che le opere compiute da Dio nella storia della salvezza manifestano e rafforzano la dottrina e la realtà significate dalle parole, e le parole dichiarano le opere e il mistero in esse contenute. Questa rivelazione risplende a noi in Cristo il quale è insieme il mediatore e la pienezza di tutta la rivelazione... Perciò egli, vedendo il quale si vede anche il Padre, col fatto stesso della sua presenza e con la manifestazione di sé, con le parole e con le opere, e specialmente con la sua morte e la sua risurrezione di tra i morti e infine con l'invio dello Spirito Santo, compie e completa la rivelazione e la corrobora con la testimonianza divina, che cioè Dio è con noi per liberarci dalle tenebre del peccato e della morte e risuscitarci per la vita eterna» (DV 2.4).

E' legittimo domandarsi a questo punto: da dove la chiesa attinge questa certezza? Quali ragioni l'autorizzano a ritenere che nelle parole e negli avvenimenti della Bibbia si esprime la rivelazione di Dio agli uomini? La chiesa lo crede sulla testimonianza di Gesù per ciò che riguarda i libri dell'Antico Testamento. Gesù infatti riferì esplicitamente a sé tutto il contenuto delle sacre Scritture. Dei quattro evangelisti Luca in particolare addita nella «spiegazione delle Scritture» uno degli insegnamenti maggiori di Gesù dopo la risurrezione (cfr. Lc 24,27.32.44-46); ma che già durante la sua vita Gesù abbia considerato le Scritture sacre degli ebrei come depositarie della parola di Dio e afferenti a lui è sufficiente aprire il vangelo per rendersene conto (cfr. Lc 4,17-21; Mc 9,12; Gv 5,39, ecc.). Per il Nuovo Testamento vale la testimonianza degli apostoli e della comunità primitiva, la quale vide nei vangeli e negli scritti apostolici l'eco fedele delle parole e degli insegnamenti divini di Gesù.

Analogo discorso si può fare per l'ispirazione. Essa consiste nel fatto che gli autori dei libri sacri scrissero sotto una speciale direzione e guida dello Spirito Santo, come strumenti mossi da Dio, ma conservando intatta la libertà, la coscienza e la peculiarità di uomini del proprio tempo. Ecco come ne parla il Concilio Vaticano II: «Le verità... che nei libri della sacra Scrittura sono contenute ed espresse, furono scritte per ispirazione dello Spirito Santo. La santa madre chiesa, per fede apostolica, ritiene sacri e canonici tutti interi i libri sia dell'Antico sia del Nuovo Testamento, con tutte le loro parti, perché, scritti per ispirazione dello Spirito Santo, hanno Dio per autore e come tali sono stati consegnati alla chiesa. Per la composizione dei libri sacri Dio scelse e si servì di uomini nel possesso delle loro facoltà e capacità, affinché, agendo egli in essi e per loro mezzo, scrivessero, come veri autori, tutte e soltanto quelle cose che egli voleva fossero scritte. Poiché dunque tutto ciò che gli autori ispirati o agiografi asseriscono è da ritenersi asserito dallo Spirito Santo, è da ritenersi anche, per conseguenza, che i libri della Scrittura insegnano con certezza, fedelmente e senza errore la verità che Dio, in ordine alla nostra salvezza, volle fosse consegnata nelle sacre Lettere» (DV 11). Due celebri passi neotestamentari illustrano questa fede apostolica: «Ogni Scrittura è ispirata da Dio, e utile a insegnare, a riprendere, a correggere, a educare nella giustizia, affinché l'uomo di Dio sia ben formato, perfettamente attrezzato per ogni opera buona» (2Tm 3,16-17); «La profezia non ci fu mai portata per iniziativa umana, ma quegli uomini parlarono da parte di Dio, sospinti dallo Spirito Santo» (2Pt 1,21).

Diretta conseguenza di questa singolare «condiscendenza» divina di esprimersi con lingue umane, per mezzo del parlare dell'uomo («come già il Verbo dell'eterno Padre, avendo assunto le debolezze dell'umana natura, si fece simile all'uomo», DV 13)», è l'inerranza o meglio la verità e la solidità di ciò che «Dio ha voluto racchiudere nella sacra Scrittura in ordine alla nostra salvezza». Questa solenne dichiarazione del Concilio Vaticano II è stata frutto di lunghissime ricerche e di analisi estenuanti. Ma giunse finalmente come una ventata liberatrice. Essa significa praticamente che la Bibbia è portatrice di un messaggio che sta al di là delle concezioni scientifiche, dei modelli culturali, del modo di scrivere la storia che seguivano gli antichi. Il suo insegnamento, anche se impartito attraverso uomini di un determinato tempo che furono assunti a essere strumenti di Dio, trascende ogni condizionamento storico e risuona attuale per ogni uomo, in ordine alla sua salvezza. Per questo la chiesa raccomanda così caldamente la lettura della Bibbia, soprattutto del Nuovo Testamento.

di P. Rossano (www.lasacrabibbia.com)

 

 

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