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Il Cantico dei Cantici

 

a cura del Fr. Virginio C.

 

Il Cantico dei Cantici è un dialogo d’amore fra due giovani in cui interviene, di tanto in tanto, un coro di voci costituito dalle amiche della ragazza, le “figlie di Gerusalemme”. L’orizzonte puramente umano e perfino sensuale delle immagini e dei discorsi, unitamente al fatto che Dio non viene mai esplicitamente menzionato, suscitarono un lungo dibattito tra i Rabbini sulla questione dell’inclusione dello scritto nell’elenco dei libri sacri.

Per questo motivo la tradizione rabbinica vi riconobbe un significato più profondo. Il celebre Rabbì Akiba pensava che il Cantico fosse una celebrazione dell’amore di Dio per Israele e per questo motivo poteva affermare che “tutti i libri sono sacri, ma il Cantico dei cantici è sacrosanto”.

Anche nella chiesa cristiana fiorì la comprensione allegorica del Cantico che divenne ben presto l’unica legittima. Oggi gli studiosi vedono “solamente” un poema d’amore fra due ragazzi anche se riflesso di un amore più grande, quello di Dio.  

Ma vi è un’altra lettura possibile di questa bellissima opera biblica, ancora più profonda e non intuitiva, quella della tradizione qabbalistica ed esoterica.

In Ebraico il “titolo” del libro è: Shir hashirim asher lishlomò (Canto dei Cantici di Salomone).

La prima lettera del libro del Cantico dei Cantici, la shin (la second’ultima dell’alfabeto ebraico) in alcuni manoscritti appare più grande delle altre: ma non per indicare la maiuscola, perché l’ebraico non distingue tra maiuscole e minuscole. E’ una particolarità che si trova solamente all’inizio di quattro libri sui ventiquattro del canone ebraico: altre al Cantico, compare in Genesi, Proverbi e 1Cornache. 

Nel corso della lettura biblica dunque la prima volta lo troviamo nel primo libro del canone, la Genesi; si tratta di una Bet, la seconda lettera dell’alfabeto ebraico. Lo Zohar (il Libro dello Splendore) fa notare che c’è uno strettissimo rapporto fra questi due libri. Il primo è il racconto di come si è svolta la creazione del mondo, l’altro è la descrizione dell’amore tra uno sposo ed una sposa.

Per comprendere il legame tra questi Genesi e Cantico faremo qualche accenno ad altre opere della Qabbalah: l’Opera della Creazione , l’Opera del Carro e l’Albero della Vita.

L’Albero della Vita è il programma secondo il quale si è svolta la creazione dei mondi; è il cammino di discesa lungo il quale le anime e le creature hanno raggiunto la loro forma attuale. Esso è anche il sentiero di risalita, attraverso cui l’intero creato può ritornare al traguardo a cui tutto anela: l’unità del “grembo del Creatore”, secondo una famosa espressione cabalistica. L’Albero della Vita è la scala di Giacobbe (Gn 28,10-22) la cui base è appoggiata sulla terra e la cui cima tocca il cielo. Lungo di essa gli angeli salgono e scendono in continuazione, e con essi sale e scende la consapevolezza umana. Suo tramite ci arriva il nutrimento energetico generato dai campi di Luce che circondano la creazione.

I tre pilastri dell’Albero della Vita corrispondono alle tre vie iniziatiche: Facile (destra), Difficile (sinistra), Regale (centro). Solo la via mediana o regale ha in sé la capacità di unificare gli opposti. Senza di essa l’Albero della Vita diventa quello della conoscenza del bene e del male (Gn 2-3). I due pilastri rappresentano inoltre le due polarità basilari di tutta la realtà: il maschile a destra e il femminile a sinistra, dai quali sgorgano tutte le altre coppie di opposti presenti nella creazione. 

Dopo il peccato l’Albero della Vita venne nascosto per impedire che Adamo, con il male che aveva ormai assorbito, avesse accesso al segreto della vita eterna e, così facendo, rendesse assoluto il principio del male. 

Dopo aver perso lo stato paradisiaco del Giardino dell’Eden l’umanità non ha più accesso diretto all’Albero della Vita, che rimane l’unica vera risposta ai bisogni di infinità, di gioia e di eternità che ci portiamo dentro. Come dice la Bibbia, la via che conduce all’Albero della Vita è sorvegliata da una coppia di Cherubini, due Angeli armati di una spada fiammeggiante. Ciò non significa, però che la via sia del tutto inaccessibile. Secondo la tradizione i due Cherubini possiedono uno un volto maschile e l’altro un volto femminile. Essi rappresentano le due polarità fondamentali dell’esistenza, così come si esprimono sui piani più elevati della consapevolezza. Con il graduale riavvicinamento e riunificazione di tali principi, questi angeli smettono di essere i Guardiani della Soglia, il cui compito è di allontanare coloro che non hanno diritto di entrare e diventano, invece, i pilastri che sostengono la porta che riconduce al Giardino dell’Eden.

Nella nostra esperienza quotidiana, queste due polarità, interagendo continuamente tra di loro, danno luogo ad una moltitudini di espressioni via via sempre più complesse. L’Albero della Vita  esemplifica tale mutevole realtà in dieci componenti principali, chiamate Sephirot. Esse sono l’origine di interi settori dell’esistenza, sia nel mondo fisico, sia nel mondo psicologico, sia in quello spirituale. 

Un esempio di ciò nel mondo fisico ci viene dalla struttura stessa del sistema solare. Al suo centro c’è il Sole, che rappresenta la Sephirah chiamata Keter (Corona), la più alta dell’Albero dalla quale proviene la Luce che riempie e vitalizza tutte le altre. I nove pianti che gli girano intorno rappresentano le altre nove Sephirot, secondo una semplice corrispondenza lineare da Mercurio (Chokmah = Sapienza) a Plutone (Malkut = Regno).

Nel mondo psicologico le dieci Sephirot sono dieci stati della psiche umana. Nel piano più spirituale le dieci Sephirot diventano le Dieci Potenze dell’Anima, dieci luci o sorgenti di energia che aiutano costantemente la crescita di coloro che sanno connettersi con esse nel loro cammini di ritorno all’ Albero della Vita.

L’Opera della Creazione è il modo seguito da Dio per creare il mondo e tutte le sue componenti spirituali e fisiche. È la storia dello Spirito che diventa via via Materia, perdendo le sue qualità di raffinatezza, elevatezza, leggerezza per assumerne della altre: la concentrazione e la dimensione spazio-temporale. I mondi spirituali non conoscono né la limitazione spaziale, né l’unidirezionalità del tempo che si confina nel vettore: passato-presente-futuro.

Si tratta di involuzione ma anche di evoluzione perché, scendendo, lo Spirito acquista una proprietà che prima non possedeva: densità e concentrazione energetica. 

Per ripercorrere a ritroso la via della Creazione, per ritornare alle qualità di immortalità e perfezione che lo Spirito possedeva prima di diventare materia, occorre un’altra opera che permetta di ritornare allo stato iniziale: l’Opera del Carro.

Un Veicolo con quale è possibile viaggiare a ritroso, lungo la scala della creazione, verso la propria dimora celeste, scoprendo i segreti e la bellezza dei regni superni. Su tale Cocchio è possibile effettuare il più entusiasmante viaggio che la consapevolezza umana possa immaginare. E non si tratta di un viaggio improvvisato, su di esso ci si mette a sedere stabilizzando la consapevolezza, per percorrere coscientemente il cammino a ritroso, per poter ritornare e funzionare meglio nel quotidiano.

Il viaggio sul Cocchio Celeste diventa possibile solo se si ha a disposizione il meglio della scienza e della tecnologia spaziale della Qabalah. Occorre una fonte energetica di fantastiche proporzioni per poter spingere il Razzo Vettore che allontana dalla gravità terrestre. Tale energia viene messa a disposizione dalla interazione dei due poli: maschile e femminile. Occorre poi dotare la Navicella Spaziale di un sistema di guida, mappe precise e un sicuro dispositivo di ritorno e atterraggio. 

Questo è contenuto nel linguaggio altamente esoterico nel Cantico dei Cantici. Libro maestro di ogni Opera del Carro.

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Il Re Salomone è considerato il Maestro per eccellenza d’Israele perché aveva realizzato un alto livello di insegnamenti spirituali e si dice che nel suo periodo, i 40 anni di regno, la Luna rimase sempre piena, chiaro simbolo della perfetta integrazione del femminile. Secondo lo Zohar il regno del re Salomone è stato quello che più si è avvicinato a quanto avverrà nell’era messianica, anche se non l’ha potuto realizzare completamente perché non aveva una “società” che lo seguisse e che potesse intendere i suoi insegnamenti senza travisarli. 

Il nome Salomone viene dalla radice Shalom che significa “pace”, stessa radice che troviamo al capitolo settimo del Cantico quando viene svelato, secondo molti commentatori, il nome della sposa: Shulamith, stessa radice. Quindi il re Salomone è la “pace” al maschile, e Shulamit è la “pace al femminile. Quindi la vera pace, quella durevole, viene solo e soltanto dall’unione e dal contributo delle due polarità.

Il Talmud afferma “Tutto ciò che Dio ha creato in questo mondo, l’ha creato maschio e femmina, perfino il Leviathan, il serpente diritto, e il Leviathan, serpente arrotolato, Egli ha creato maschio e femmina”. Il “Due che diventa quattro” è il sistema nel quale “l’Uno diventa due, che in realtà è quattro, che si unisce diventando due, il cui scopo è rivelare l’Uno”. Questa è l’intera storia della Qabbalah, questo è anche il segreto più importante delle quattro lettere del nome di Dio. 

I Maestri cabalisti insegnano che le quattro lettere del nome di Dio, tra le altre cose, sono anche il paradigma e il modello della riunificazione tra il maschile e il femminile.

Le quattro lettere del nome divino rappresentano i quattro ruoli principali che assumiamo nell’ambito della famiglia: primo nucleo dei rapporti interpersonali:

Yod     Padre

He       Madre

Waw  Figlio

He        Figlia


Un uomo e una donna che si incontrano nel modo giusto fanno fiorire da questo incontro il nome di Dio che rappresenta la perfezione di tutti i livelli di comunicazione interpersonale. La pienezza di tutti ruoli. La gioia di saper vivere tutti e quattro i ruoli e trarre il massimo da ciascuno di essi senza polarizzarsi nell’uno o nell’altro.

Inoltre è la rappresentazione sintetica dell’Albero della Vita.

Yod, La Sapienza = Il Padre Supremo

Percezione di ciò che ci trascende. Il punto da cui tutto ha origine, è il maschile superiore. La capacità mistica di concentrare vasti e complessi piani creativi in una semplice goccia di seme fertile. Capace di essere trasmesso e accolto da chi sta sotto.

He, l’intelligenza = la Madre superna

Fa i piani, prepara i dettagli, ed è l’insieme, la Matrice, il Modello che serve per la realizzazione pratica.

Waw, le sei luci che hanno a che fare con le Emozioni.

Complesso mondo del sentire umano con i suoi aspetti contrastanti e polari.

He, la più bassa e corrisponde alla vita pratica

È l’essere coinvolti nel quotidiano per saper vivere nel mondo.

Torniamo al “due” che deve diventare “quattro” per rivelare l’”Uno”.

In Gn 2,23 si legge «L’uomo disse: questa volta è osso delle mie ossa e carne della mia carne! Costei si chiamerà donna perché dall' uomo fu tratta». In Italiano le due parole (donna, uomo) non hanno alcuna assonanza, in ebraico invece sono molto simili. Hanno due lettere in comune Alef e Shin da cui si forma anche la parola Esh (fuoco), e due lettere diverse. L’uomo ha la Yod e la donna la He. 

Quindi sia nell’uomo che nella donna c’è il fuoco, però nell’uomo si tratta del fuoco della Yod, e nella donna del fuoco della He. Ma la Yod e la He sono le prime due lettere del Nome di Dio, sono le due parti elevate del maschile e del femminile. Esiste anche un maschile inferiore ed un femminile inferiore, e queste parti sono le ultime due lettere del Nome, cioè siamo noi alle prese, tutti i giorni, con il Pratico e l’Emotivo. Negli stati normali della consapevolezza noi viviamo soprattutto negli ultimi due livelli del Nome di Dio: la Waw e la He. 

La vera unione del maschile e del femminile è però il “quattro” che nasce dal “due”. Grazie al rapporto interpersonale ognuno può rivelare la parte migliore di sé, l’uomo la Yod, cioè la sua parte contemplativa, mistica, intuitiva, la coscienza che deve realizzare la Sapienza che sta “sopra” la testa. La donna invece deve raggiungere la sua He, la sua maternità superiore: non basta solo generare figli, ma occorre realizzare la capacità di generare dall’alto e non solo dal basso. La He è intelligenza, indipendenza, attività operosa e fertile. Così si ricostituisce l’unità del Nome di Dio. 

Va rilevato infine che la prima consonante del Cantico, Shir,  ha la stessa radice di Shor, Toro, secondo segno zodiacale che è il segno che governa la gola e il canto, ma è anche legato all’ambiente bucolico e naturale che è lo scenario constante del Cantico nel quale solo sporadicamente si fa accenno alla “città”. Il Toro è anche legato al femminile che nel Cantico assume una veste primaria e una importanza del tutto particolare. 

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Il Cantico dei Cantici si sviluppa attraverso otto capitoli, numero che rappresenta il superamento dei limiti del tempo (non a caso l’infinito e raffigurato da un otto messo orizzontalmente). Gli otto capitoli possono legarsi alle prime otto case astrologiche e ai rispettivi segni zodiacali. Compito del Cantico dei Cantici è quello di indicare la via dell’unificazione perfetta dei poli maschile e femminile, questo in Astrologia termina con l’ottava casa e l’ottavo segno. 

La nona, la decima, l’undicesima e la dodicesima casa si riferiscono a processi sociali e collettivi che nel Cantico appaiono solo in modo sporadico. L’individuo può arrivare a mete spirituali superiori (come gli elementi terzi propongono) solo se ha raggiunto l’equilibrio nel rapporto fondamentale e di base della sua esistenza.

L’ottava casa è il culmine dell’unione tra il maschile e il femminile, corrisponde infatti allo Scorpione. Nell’ottava casa la coppia che si era legata nella settima, stabilisce un patto eterno che va oltre la morte, oppure, se non ci riesce, si separa. L’ottava casa è quella del giudizio finale, qui troviamo il verso più famoso di tutto il libro: “forte come la morte è l’amore”, l’ottava casa è anche quella della morte.

Soltanto l’amore ha una forza capace di resistere alla morte, qualsiasi altra emozione, sentimento, conoscenza, non è in grado di superare tale prova. Ovviamente stiamo parlando di un amore particolare, quello che si costruisce lentamente e progressivamente passando attraverso quei quattro stadi che prendono nome dagli appellativi che lo sposo rivolge alla sposa: “sorella, amante, colomba e perfetta”.

La prima casa è quella dove la personalità viene alla luce e si presenta in tutti i suoi contenuti che poi, man mano, si svilupperanno nei vari settori della vita. è come un seme di tutta la personalità futura. L’ariete è il segno dell’entusiasmo iniziale, subito notiamo la focosità, la fretta, espressa dal verso: “oh mi baciasse con i baci della mia bocca”.

In ebraico qui abbiamo una costruzione particolare che letteralmente suona: mi baci con  la bocca di lui-lei, si inizia cioè con la bocca che è “maschile e femminile insieme”. Il due che poi diventa quattro. 

La struttura umana è tripartita: alto = testa; medio = cuore; basso = ventre. A ciò corrispondono tre modi di incontrarsi. Il bacio è la comunione più alta, quella di tipo spirituale, infatti in un bacio ci si scambia il “soffio” che è lo spirito, l’anima, il respiro. Poi c’è l’abbraccio che è la comunione dei cuori, ed infine l’unione sessuale che è l’incontro più intenso ed intimo. Il Cantico inizio con un bacio perché vuole affermare che innanzi tutto deve esserci una comunione spirituale, superiore.

La parola ebraica per dire: “baciare” è uguale a quella che indica “irrigare” che rappresentano i due opposti, il fuoco e l’acqua. Il fuoco è la passione, mentre l’acqua è l’amore più rilassato e senza stress che permette di vivere a lungo insieme. I legami di fuoco stressano e consumano, i legami di acqua non si sa come viverli perché annoiano, bisogna trovare una giusta via di mezzo. Nell’Era dell’Acquario dovrebbe vedersi la pace cosmica tra il Fuoco e l’Acqua.

 Le tue carezze amorose sono migliori del vino

I profumi e anche il vino possono essere inseriti fra quelle sostanze che servono a rompere la scorza esteriore per preparare all’allargamento della coscienza e all’affinarsi della sensibilità e della ricettività sensoriale. Ovviamente non stiamo parlando del vino che ubriaca che provoca sonnolenza e torpore con l’effetto di restringere la coscienza. Ma piuttosto a quella sostanza che “inebria” senza che la coscienza vada smarrita. È importante che l’esperienza dell’unificazione sessuale sia vissuta in modo puro e proprio, perché se vissuta negativamente provoca il risultato opposto “c’è il rischio di venire risucchiati. Il vero amore per il Cantico è migliore del vino.

Il tuo nome è un profumo diffuso

È necessario far entrare l’elemento femminile nel discorso spirituale, come parte integrante dell’evoluzione della consapevolezza. Al femminile è specificamente legato il profumo, il quale ha un particolare potere “rettificatore” sulla componente femminile della personalità umana. 

Nella storia della creazione, ciò che è femminile è tecnicamente ciò che sta al di sotto, più in basso; per questo il processo di rettificazione consiste nel risollevarlo sino a portarlo al di sopra del maschile. L’olfatto ha il potere di cogliere situazioni superiori, infatti, va al di là della vista e dell’udito e si connette con un livello che non può essere descritto a parole, concetti o sensazioni, in quanto supera il razionale. 

Il Talmud afferma che l’odorato è l’unico senso che dà gioia all’anima e non al corpo. Per questo permette di percepire delle realtà del tutto nascoste agli altri sensi e le impressioni che esso risveglia sono le meno grossolane. Stimolata dalla percezione di profumi particolari, l’anima si ridesta, e desidera collegarsi con la sua radice nei mondi superiori. 

La donna apre il discorso, essa esprime il suo desiderio di trovare il compagno. Sa che si tratta di un pastore, dice delle cose di se stessa e si proietta nel futuro (l’essere condotta nelle “stanze” del re, che significa entrare nei segreti della consapevolezza superiore che ha molte stanze). 

Infine si giustifica del fatto di essere scura, non si tratta di una cosa negativa , e chiede all’amato dov’è che pascola, dov’è che fa riposare le pecore a mezzogiorno, perché vorrebbe evitare equivoci sul suo comportamento, evitare cioè di essere scambiata per una donna da poco velata com’era il costume delle prostitute. La risposta che viene data dal coro la spingono a seguire “i segni e le impronte”. 

Abbiamo poi le prime parole dello sposo che paragona la sposa alla “cavalla dei cocchi di Faraone”. La cavalla era splendida nel suo incedere, ma importantissimo è la parola “cocchio”, qualcosa che permette di fare viaggi in luoghi lontani ed inaccessibili. La donna non è il carro, è chiamata cavalla, colei che traina, il cocchio, allusione esoterica all’elevata energia posseduta dal motore di questo veicolo “spaziale”. L’uomo ha bisogno della donna (il motore) e la donna ha bisogno di un “nome profumato”, cioè di quelle chiavi, di quelle “essenze” che aprono determinati mondi e conoscenze, in virtù della quali “le ragazze ti amano”.

I sette profumi del v. 14 del capitolo quarto sono collegabili con i sette centri della consapevolezza (i sette Chakra della Kundalini).

Il primo è nerd dalla radice rd che significa “scendere”, “andar sotto” mentre l’ultimo tradotto con aloè, contiene le stesse lettere della parola “divinità” Elohut.

Il Cantico si chiude con “Fuggi amico mio, sii simile al capriolo e al cerbiatto sui monti degli aromi”.

L’invito a fuggire fatto dalla sposa allo sposo è l’affermazione dell’estrema dinamicità del rapporto d’amore tra uomo e donna, metafora di quello fra Dio e l’anima. Il divino infatti – come l’amore – sfugge continuamente ad ogni tentativo di classificazione, dogmatizzazione, di relativizzazione. E l’amato nel fuggire assume le caratteristiche della gazzella, che quando scappa tiene il capo rivolto all’indietro, verso il luogo che sta lasciando in modo che rincorrendolo, la sposa, sui monti degli aromi, possa ritrovare il suo profumo (il suo Nome ineffabile).

Bruna ma bella

In ogni scienza esoterica il nero è simbolo di mancanza, di basso, di oscuro, di decaduto, di qualcosa che contrasta e si contrappone alla luce. Nella vita di Salomone c’è il famoso incontro con la regina di Saba. “Bruna ma bella” al di là della sua oscurità, dobbiamo vedere nella materia, la sua bellezza.

La donna come primo requisito deve trovarsi vicino alla Terra, al luogo dell’inconscio, al luogo delle sensazioni più intense. Con questo non si vuol dire che essa debba necessariamente accusare carenze di evoluzione, di coscienza, di preparazione o di raffinatezza. Se queste qualità già esistono tanto meglio, purché la crescita culturale e intellettuale non sia avvenuta a discapito dell’esser “bruna”, perché ciò comporterebbe un decadere da quella categoria o da quella polarità che consente alla famosa “navicella” di decollare. 

È necessario che esistano quelle qualità di vicinanza, di contatto con tutto ciò che il bruno e l’oscuro rappresentano, cioè con la parte più misteriosa della Terra, più sensuale, più calda. In verità, però, c’è un limite all’essere “bruna” occorre sfuggire alla pericolosa dinamica del nero che diventa “buco nero”, in cui effettivamente scompare ogni forma di luce, sicchè l’uomo che si avvicina per estrarre energia da essa finisce invece per cadere nel baratro.

Dall’essere bruna, dall’essere più vicina al mistero della Terra, dall’esser più sensibile ai cicli e ai fenomeni che si trovano nei livelli più bassi della coscienza, deriva anche l’esser bella.

La sposa dichiara che il suo esser bruna dipende dal Sole, e non dall’oscurità delle forze delle tenebre, ma dall’oscurità che deriva dall’essere stata troppo vicino alla Luce, più di quanto non si sia stato il maschile. Questo è un concetto fondamentale della Cabalah: il femminile è sceso più in basso grazie al fatto che all’inizio si trovava più in alto del maschile, quindi più vicino al Sole, al datore di Luce. Infatti tanto più qualcosa è vicino alla Divinità, tanto più ha la capacità di scendere in basso, cioè di scendere nei luoghi più lontani dalla Divinità stessa, in virtù del fatto che esso possiede un legame più forte che le impediscono di cadere e di perdersi definitivamente. 

In conclusione, occorre trovare quel tipo di donna che pur essendo bruna, cioè pur avendo dei lati difficile che possono generare e suscitare perplessità e dubbi, è consapevole della sua santità iniziale e della sua vicinanza con il principio creatore. 

“dove pascoli… le pecore…. non vorrei essere come una donna velata presso le greggi dei tuoi compagni”.

Qui c’è il femminile che chiede una guida al maschile, perché i desideri della parte femminile di ciascuno di noi sono molto confusi, e ci porterebbero ovunque. Il maschile, in questo caso, è la parte più elevata che deve dirigere e guidare il femminile, che solo in seguito diventerà più consapevole e andrà anche oltre il maschile, il quale però deve dirigere e guidare questo processo con la luce della consapevolezza.

Un maschile chiaro e non confuso significa sapere identificare un solo ruolo e non assumere vesti trasformistiche, perché occorre evitare che il femminile “si perda dietro ai compagni”, cioè a qualcun altro di cui si è mostrato un aspetto o un’immagine che in definitiva non è la propria. La personalità è fatta di tante componenti, come un gregge, però ha un suo punto fermo (dimmi dove vai a riposare sul mezzogiorno) che, appunto come quel momento del giorno, non ha ombre e che pertanto proietta all’esterno una immagine controllata e centralizzata.

Il secondo capitolo corrisponde alla seconda casa e quindi alle risorse e ai possedimenti. Qui si parla delle volpi che guardano la vigna, simbolo biblico di fertilità, qualcosa che produce ricchezza. Ci sono gli alberi dei boschi e gli alimenti. Il toro oltre ad essere il segno dell’alimentazione è anche il segno dell’idilliaco paesaggio descritto un po’ dappertutto, e in particolare nel secondo capitolo, vv 11-12: … le gemme si fan vedere sulla terra, è giunta la stagione dell’usignolo, e la voce della tortorella si ode… il fico ha spuntato i suoi primi frutti, le viti in fiore mandano profumi”. 

Qui vediamo la base del rapporto: la reciproca fedeltà ed esclusività. “Come una rosa tra le spine, tale è la mia amate tra le ragazze”. “Come un melo tra gli alberi del bosco, tale è il mio amato tra i giovani”. Finchè la donna è una tra le tante rose, una fra i tanti gigli e l’uomo è uno fra i tanti alberi, il Cantico dei Cantici non può dire nulla e né portare al “faccia a faccia” le due componenti di Adam, l’essere primigenio. 

La sua sinistra poggia sotto la mia testa e la sua destra mi abbraccia

Qui si spiega la differenza tra il lato sinistro e il lato destro dell’Albero della Vita. Il sinistro solleva, l’espressione “poggia” va letta piuttosto come “alza” (la testa). Si tratta di innalzare il femminile, il quale rappresenta il desiderio, la percezione di ciò che ci manca.

Molto del Cantico verte intorno alla necessità di raffinare l’energia femminile che è impersonificata dalla sposa. Il femminile, dunque, va sollevato, cioè raffinato; dobbiamo innalzare il senso dei bisogni e renderci conto che i nostri veri bisogni possono venir soddisfatti soltanto dall’altro, soltanto dal principio spirituale.

Il lato destro, invece, è ciò che avvicina e unisce (mi abbraccia). Innalzare non sempre unisce, anzi. Nel mondo fisico sovente l’atto dell’innalzare porta alla separazione (le alte montagne). Così come nel mondo spirituale n basso si è in tanti, mentre più saliamo e meno individualità incontriamo. 

La sinistra che sta sotto serve per tirar “su”. Quindi la parte rigida, severa, dura del maschio dovrebbe servire per innalzare la testa della femmina; ci vuole, da parte del maschio un che di severo che serve a stimolare la donna a “elevare la testa”, cioè a realizzare le sue potenzialità intellettuali, sicuramente notevoli, se consideriamo che la donna è Binah, cioè è potenzialmente il massimo dell’intelletto. Poi viene la destra che abbraccia: l’amore del maschile che serve ad attirare a sé il femminile, onde realizzare l’unione. 

 Ma se la sposa sta ancora dormendo non destate, non risvegliate l’amore finché non voglia.

Questa frase è importante, dato che viene ripetuta nel corso del Cantico ancora un paio di volte. Il maschile (superiore) deve attendere il risveglio del femminile (inferiore). Fino a che non avviene un risveglio dal basso, finché la parte decaduta della coscienza non incomincia a sentire il bisogno del superiore, da parte di quest’ultimo, è inutile ogni sforzo per proiettarsi o rivelarsi. Occorre favorire e a aiutare il risveglio (dare i segnali di disponibilità) senza tuttavia provocarlo in modo aggressivo o tanto meno violento.

Il processo di evoluzione non può nascere puramente e semplicemente da un intervento esterno, ma da un bisogno proprio, naturale e interiore, dopo di che può intervenire una adeguata risposta anche dal di fuori. Tale risposta, La voce del mio amato viene percepito dalla sposa che paragona l’amato ad un “cerbiatto”, ad una “gazzella”.

A risvegliare il femminile è “una voce” diversa dalla “parola” che è il contenuto intellettuale di quello che la persona dice, mentre la voce è la carica e la qualità affettiva trasmessa dal parlare. Ecco perché è la voce a svegliare il femminile, il quale viene toccato nell’emotivo.

Lo sposo qui è, per la prima volta paragonato al cerbiatto, fermo, che guarda attraverso le fessure di una finestra, mentre nell’altro caso, l’ultimo verso di tutto il libro, è invitato a correre. Siamo davanti ad un momento statico e uno dinamico. Nel primo la sposa percepisce la presenza dello sposo attraverso piccole fessure (che potrebbero essere le sue modalità mentali o intellettuali di rappresentarsi il rapporto maschile-femminile), nell’altro caso lo vede invece correre in alto “sui monti degli aromi”, anzi lo incita a correre. È un crescendo dell’amore che, dalla staticità iniziale, raggiunge momenti di alta dinamicità, simboleggiata dalla velocità del cervo, il quale quando corre guarda anche all’indietro cioè al punto dal quale è partito. Questo significa mantenere un contatto che, nel caso specifico, è particolarmente importante per la sposa, poiché essa non deve perdere l’amato, per non cadere in situazioni negative come quelle descritte in seguito. 

Da parte sua lo sposo, sin da principio, dopo l’avvenuto risveglio della sposa, incita la diletta a seguirlo, perché il tempo è ormai maturo:

L’inverno è passato…. Le gemme si fan vedere sulla terra; è giunta la stagione dell’usignolo…. O mia colomba… mostrami il tuo bel volto, fammi sentire la tua voce poiché la tua voce è soave, e il volto è grazioso. 

Il terzo capitolo corrisponde alla terza casa e al segno dei Gemelli, da gamos, unione, e infatti qui il desiderio dell’unione si fa più forte. Tuttavia, proprio come è tipico dei gemelli, prevale una particolare difficoltà a realizzare tale unione, che appare ancora lontana e fortemente instabile.

Trovare e perdere, elemento caratteristico dei Gemelli. Nell’astrologia esoterica rappresenta anche il senso dell’andare, in terza casa c’è dinamismo e movimento, ed ecco la sposa dice: “ho voluto alzarmi ed andare in giro per le strade e per le piazze”. Spesso è la sposa che incita lo sposo a muoversi, a correre.

L’evolversi della coscienza richiede stimoli a volte anche non piacevoli, quali il senso di mancanza che sovente diventa frustrazione, il senso di incompletezza a livello affettivo ed umano; eppure è questa la molla che costringe ad “andare in giro per le città, per le strade e le piazze”.

Sul mio giaciglio nelle notti ho cercato colui che l’anima mia ama, l’ho cercato – ma non l’ho trovato.

Nel bel mezzo dell’idillio, l’amato se ne va, gettando la donna nella disperazione. Così comincia la descrizione della prima partenza o scomparsa dell’amato, ma ne avverrà una seconda (5,7). Sono questi i due unici eventi tristi di tutto il Cantico, che è un poema d’amore e di sentimenti del tutto positivi.

Non si tratta solo di un dolore affettivo ma si tratta del rendersi conto di come la stessa redenzione e trasformazione del mondo si allontanino e si nascondano, rimandando a data ignota la venuta del Messia. Infatti viene qui compromessa l’unione nel senso in cui la intende il Cantico, un’unione totale e soteriologia.

Nel rapporto si è inserito qualcosa di negativo e cioè il demone della notte o delle notti. Non a caso la radice del nome Lilith, il più importante e pericoloso dei demoni femminili, è la stessa della parola “notte” (laila).

La prima volta lo ritrova quasi subito, la seconda no. Nel contesto del Cantico questi episodi non assumono una veste tragica e drammatica, e il tutto si risolve in pochi versi di tristezza che quasi non si notano. Ma nell’esperienza pratica sono importanti, e da essi si traggono tutta una serie di insegnamenti. 

Anche nel momento della separazione, divisione, delle difficoltà di un rapporto, deve essere possibile usare l’energia e la forza del desiderio per innalzare la coscienza. Si eviti, dunque, di bloccarla e punirla, come pure di farla cadere negli abissi della depressione per finire, come si è detto, nel “dominio dei molti” cioè nelle strade e nei mercati che sono l’esatto opposto della casa, il “il dominio del singolo”, dove avviene l’unione. 

Mi alzerò e farò il giro della città, per le strade e per le piazze a cercare colui che l’anima mia ama. L’ho cercato e non l’ho trovato. Mi sono imbattuta nelle guardie

È la prima volta che si menziona una città, mentre prima si è parlato solo e sempre di campi o di pascoli. Il particolare sembra essere importante per sottolineare come la città sia un luogo di pericolo e di violenza, come viene poi confermato dall’episodio delle guardie che picchiano la sposa (5,7).

Sin dalla prima perdita dello sposo, la sposa per ritrovarlo deve allontanarsi dalle guardie che, in qualche modo, non appaiono come personaggi o situazioni positive, probabilmente perché “armate” o perché rappresentativi di un livello di coscienza inferiore, data l’inclinazione alla violenza.

Mi ero appena allontanata da loro, che ho trovato colui che l’anima mia ama. L’ho afferrato per non più lasciarlo, finchè l’ho condotto a casa di mia madre, nella camera della mia genitrice.

Qui viene descritta una fase del processo di trasformazione del femminile. L’unione del maschile e del femminile richiede il raffinarsi di tutte e due le componenti, il Cantico insiste soprattutto sull’evolversi del femminile. Il femminile è stato l’elemento che ha ceduto per primo sotto il peso dell’opposizione tra bene e male, ed è anche quello che per primo si rafforza e riporta le cose al loro giusto posto. In altri termini, crollando il pilastro femminile, anche quello maschile è rimasto schiacciato.

L’elevazione del femminile avviene in diverse tappe. La tappa più bassa riguarda tutto un lavoro da fare sui desideri e le passioni, che da primo sono sfrenati e confusi, oppure sui bisogni insoddisfatti, sui tanti bisogni che sovrastano la personalità e la confondono: solitudine, dolore. Bisogna anche esaminare le ambizioni sfrenate, gli appetiti difficile da soddisfare.

Poi c’è un gradino in cui il femminile scopre la Forza, intendendo per tale la capacità di liberarsi della schiavitù. Infatti, i Maestri dicono: chi è il forte? Colui che conquista le proprie inclinazioni, cioè i propri bisogni, le proprie tendenze, colui che è capace di controllarle, senza più essere schiavo dei bisogni, ma usandoli come stimolo per andare avanti. Questa è la vera Forza.

La terza fase si realizza quando il femminile diventa madre, ecco perché qui la sposa vuole portare l’amato nella casa della madre e nella camere della sua genitrice.

Per la sposa questo è il punto di arrivo, forse il massimo. Spiritualmente per il femminile diventare madre significa scoprire la capacità di generare, di dare la vita, di produrre un’anima. Arrivati a questo livello abbiamo il rovesciamento della situazione. Infatti, prima nel suo stato di debolezza e di soggezione al desiderio, il femminile era solo un momento oscuro che consumava energia senza ridare poco o niente. Ancor peggio arrivava al paradosso che più energia le arrivava e più ne consumava. 

Nella seconda fase arriviamo a metà strada, dove c’è la scoperta dell’autosufficienza. Nel terzo livello arriviamo alla capacità di produrre anche per gli altri. La madre “genera” campi di coscienza, di amore, di bontà che indirizza anche verso gli altri. Per la sposa giovane ed esperta è già il massimo, ma non per lo sposo. 

Vi scongiuro o figlie di Gerusalemme per le cerve e le gazzelle della campagna non destate, non risvegliate l’amore, finchè non voglia

Lo sposo sente che la sposa non è ancora pronta, non ha raggiunto il massimo dell’evoluzione (la madre è Binah). E pertanto dice: non è a casa di sua madre che mi deve portare, ma ancora più in là. Le regole non possono essere sovvertite: il desiderio e la ricerca devono partire dal basso, cioè occorre prima svegliarsi per pensare ad un cammino evolutivo e realizzativi.

Nel verso successivo è descritta l’ascesi ulteriore:

che cosa è ciò che sale dal deserto?

Il deserto in Qabbalà rappresenta il livello più basso del femminile, è un posto “senz’acqua”, senza affetti, senza compassione, un posto pieno di serpenti e di scorpioni, quindi degli istinti più passionali, brutali e pericolosi della personalità. Però c’è qualcosa che sale da esso 

Come colonne di fumo, fragrante di mirra e di incenso e di ogni polvere di profumiere?

È il baldacchino di Salomone (mittato)…

Una lettiga (apirion) s’è costruito il re Salomone con legname del Libano.

In realtà cos’è che sale? 

Il letto di Salomone, è il famoso cocchio che qui viene chiamato mittato, il luogo dell’unione nuziale, il luogo dove è possibile mettere in moto la famosa “navicella spaziale”, cioè il Cocchio. 

Il matrimonio ebraico si svolge sotto un baldacchino la cui simbologia non è estranea alla protezione. Ed inoltre viene ad indicare che senza la discesa di una terza entità, senza il distendersi della “mano benefica di Dio”, i due opposti non potranno mai riunirsi completamente. 

Salomone si è fatto un Apirion col legname del Libano, unica ricorrenza nella Bibbia. Secondo gli studiosi la radice riporta al significato di “coprire” e dunque un letto con un baldacchino. Ma nell’opinione di molti significa “lettiga” e ritroviamo il concetto di Merkabah, il Cocchio celeste, con la materia prima di particolare pregio col quale Salomone costruì il Tempio, il legno del Libano. La parola ebraica LebanON contiene la desinenza On (presente anche in ApiriOn), l’energia vitale che viene rivelata in circostanze che vanno oltre il quotidiano agire e che è certamente presente negli atti sessuali, o in quelli creativi, o quando si fa qualcosa che richiede molta più energia di quanta se ne usi di solito. L’On, Leban significa Bianco, l’energia vitale usata in modo bianco, puro. 

 Venite fuori a vedere, o figlie di Sion, il re Salomone con la corona di cui l’ha cinto sua madre nel giorno delle sue nozze, nel giorno della letizia del suo cuore.

Il livello ulteriore del femminile: la madre che pone la corona sulla testa del figlio. La corona è la più alta Sephirot, il livello precedente (madre) è quello di Binah.

Il femminile deve arrivare ad incoronare il maschile, a fargli da Corona. Il femminile che era partito dal basso e al di sotto del maschile (Malkut), da prima attraversa il livello della Forza (Gheburah), cioè integra l’autonomia, la parità con l’uomo, e così arriva al livello di Binah la Madre, cioè alla capacità di generare consapevolezza, luce, bontà, amore, non soltanto per sé, ma anche per gli altri. Infine deve raggiunge il livello ancora più alto diventando la Corona (Keter) di quel maschile che prima la sovrastava ma che adesso le sta sotto.

Parallelamente a ciò il maschio riceve il “vero potere”, la Corona, che gli deriva dall’aver portato al centro e dall’aver innalzato la polarità che lo completa. Il potere regale del maschile si manifesta soltanto quando riesce a portare il femminile a livello della Corona, fatta d’oro, d’oro puro, cioè di un materiale che è stato fuso e rifuso varie volte, e non ha più scorie di impurità. 

Il capitolo quarto corrisponde alla quarta casa e quindi al cancro, il femminile, e lo sposo lo scopre. Il quarto capitolo termina parlando del giardino: “soffia sul mio giardino… entri il mio amato nel suo giardino e goda dei suoi frutti deliziosi”.

Il cancro rappresenta il desiderio di un luogo massimamente protetto; gan in ebraico viene dalla radice che indica “protezione, armatura, scudo”. Quindi l’entrare nel giardino significa andare oltre una legittima “chiusura”. Ognuno di noi ha un “giardino”, un suo luogo protetto nel quale non fa entrare se non determinate persone. E ognuno di noi, nel rispetto dei rapporti con gli altri, non deve violare “l’intimità” altrui, se non è invitato. 

Come sei bella, amica mia, come sei bella! I tuoi occhi sono colombe dietro il tuo velo. Le tue chiome… i tuoi denti…il tuo collo, i tuoi seni.. Tutta bella tu sei, amica mia, in te nessuna macchia. Vieni con me dal Libano, mia sposa, vieni con me dal Libano….

Nel capitolo quarto lo sposo elenca le doti della sposa. Oltre alla Bellezza scopre anche la Sapienza “i tuoi denti sono come un gregge di capre, tutte uniformemente tosate che salgono dal bagno e sono tutte gemelle e non c’è n’è neppure una che sia scompagnata”. 

I 32 denti in Cabalah sono il simbolo della Sapienza, i 32 sentieri della Sapienza. La Sapienza non consiste nell’occuparsi di cose soltanto spirituali, come si potrebbe superficialmente pensare, ma invece essa è la capacità di riuscire ad estrarre un insegnamento positivo, da qualsiasi situazione della vita.

Sorella mia sposa

In una relazione devono esserci due componenti principali. La prima deve essere tranquilla, serena e rilassata, un amore vissuto come “Acqua”, quindi un amore capace di tenere insieme anche senza eccitare in modo particolare. La seconda deve essere di attrazione e di passione, l’amore come “fuoco”.

Tu sei un giardino chiuso, o mia sorella sposa, un giardino chiuso, una fonte sigillata

Nonostante lo sposo sembri penetrare e conoscere i più riposti angoli della personalità della sposa, tuttavia egli riconosce che c’è una parte misteriosa ed in conoscibile in lei, una parte che comunque bisogna rispettare. Si tratta delle potenzialità ancora nascoste nel femminile, non certo facili da penetrare e da comprendere.

Destati o aquilone, vieni o austro; soffia sul mio giardino, e stillino i suoi aromi, entri il mio amato nel suo giardino e goda dei suoi frutti deliziosi.

Aquilone ed Austro sono i nomi dei due venti, del nord e del sud.

Nella Cabalah si dice che dal nord viene la ricchezza e dal sud la sapienza. In questo modo o soffia un vento o soffia l’altro. Nel mondo della perfetta unione del maschile e del femminile soffiano insieme e diventano un unico vento. Quindi, ricchezza e sapienza che si escludono nel mondo quotidiano, diventano compatibili e complementari nel mondo rettificato.

Il quinto capitolo corrisponde alla quinta casa e al segno del leone. Qui incontriamo elementi altamente erotici, in quinta troviamo oltre la creatività, la sessualità. Ma qui incontriamo anche l’evento più drammatico del Cantico: per la seconda volta la sposa non trova “il mio amico”, “l’amor mio”, esce fuori per la città e questa volta le guardie la picchiano, la feriscono e le strappano il fazzoletto di dosso. Il Leone nella Cabala esprime il dramma cosmico, la “Rottura dei recipienti”. Il nono di Av vennero distrutti sia il primo che il secondo Tempio di Gerusalemme, vennero espulsi gli ebrei dalla Spagna, venne deciso l’inizio della seconda guerra mondiale. E le esplosioni delle atomiche su Yroshima e Nagasaki non a caso sono avvenute sotto il segno del Leone, segno che deve gestire l’uso delle energie nelle sue tonalità più alte, energia che ha le sue radici nella sessualità. Quando si vive un vero momento di eccitazione sessuale si ha a disposizione il più alto contenuto energetico che si possa sperimentate nella vita, in un modo globale, fisico, emotivo e spirituale. Si ingigantisce la volontà di vivere, l’attenzione, l’affinarsi dei sensi, la creatività e tutto il resto.

Quindi il Leone è il segno dell’energia nella sua massima espressione, ed è anche quello del maggior rischio.

Il capitolo quarto si chiude con l’invito della sposa all’amato di entrare nel suo giardino, che indica un luogo recintato, protetto, coltivato che, se pure non esprime il massimo dell’intimità e del dominio personale, rappresentato dalla “casa”, tuttavia si colloca in uno stadio elevato. 

Nel capitolo quinto l’amato entra nel giardino e si nutre dei suoi frutti e dei suoi contenuti, cogliendo, fra l’altro “mirra” e “balsamo”.

Io dormo, ma il mio cuore veglia. 

Un rumore! Il mio diletto bussa: “Aprimi sorella mia, amica mia, mia colomba, mia perfetta…”.

Il punto che merita maggiore attenzione è la seconda parte del capitolo e che sembra contenere la chiave di volta dell’intero rapporto maschile-femminile. 

È il punto in cui l’Autore definisce quattro stati dell’amore fra uomo e donna: sorella mia, amante mia, colomba mia, perfetta mia.

Non sono espressioni solo romantiche, ma sono lo stimolo ad assumere un determinato atteggiamento interiore per raggiungere dei traguardi che non sono solo in termini di piacere fisico o accordo emotivo, ma di unione intima e perfetta delle anime. Una unione che, come dirà nel capitolo ottavo, è destinata a durare anche oltre la morte fisica e che è la condizione indispensabile per il vero cammino spirituale. 

Sorella mia ‘achotì

È l’affinità pratica, naturale, giornaliera

La capacità di superare i problemi quotidiani, di vedere i difetti e i problemi dell’altra parte senza drammi. Rispetto immediato e di accordo nelle cose piccole, pratiche di ogni giorno. Senso di appartenenza reciproca e familiarità che permette di sopravvivere anche quando si è lontani fisicamente e in assenza di rapporti sessuali ed affettivi.

Amante mia: Ra’iatì

È l’amore come fuoco. È il corteggiamento in cui ci si inebria delle emozioni del cuore e del calore della sessualità. 

È la passione, ma anche i languori che da essa derivano con i giochi di potere. L’unione di questo tipo è inferiore, è l’unione: Ventre-cuore. Molto dinamica ma che può generare instabilità.

Colomba mia, tortora mia: Yonatì

Caratteristica di questi animali è la fedeltà reciproca che deve diventare scelta e non una imposizione, vuoi dalla religione o dal costume, è una conquista derivante da un notevole raffinamento della personalità.

Per arrivare al terzo livello la monogamia è indispensabile che non vuol dire che il rapporto deve durare tutta la vita, ma è importante un legame per volta, anche se è difficile stabilire il tempo affinché la fusione avvenga e diventi fruttifera.

 

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