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Dal 1915 al 1925

 

 

DALLA GRANDE GUERRA AL FASCISMO

La massoneria, insieme a tutte le sue organizzazioni, si schierò compatta a favore dell’intervento a fianco delle potenze dell’Intesa e si prodigò per favorire l’unità delle forze democratiche interventiste. Questo progetto si concretizzò con la nascita, nel novembre del 1914, del Comitato centrale dei partiti interventisti, promosso dai deputati e senatori massoni appartenenti ai gruppi democostituzionali, radicali e socialisti riformisti. Oltre a ribadire l’antitriplicismo, le proposte avanzate dal Gran Maestro Aggiunto Gustavo Canti prefiguravano un disegno espansionistico nei confronti della Dalmazia e individuavano come nemici da combattere «i clericali, eterni nemici della nostra indipendenza, della nostra unità, di ogni libertà, e i socialisti ufficiali, o venduti alla barbarie germanica, o incapaci di formulare un programma che si elevi al di sopra degli egoismi di classe, ostacolando gli sforzi di coloro che in Italia vorrebbero scendere in campo contro i novelli Unni e predicano la neutralità a tutta oltranza». Alla vigilia delle «radiose giornate di maggio» i nemici non erano più Mussolini e i nazionalisti, ma, ancora una volta, i cattolici, che erano rientrati a pieno titolo in campo politico, e i socialisti, che, grazie al loro seppur ambiguo neutralismo, raccoglievano sempre maggiori consensi. A livello periferico alcune logge assunsero una posizione diversa da quella dei vertici del Grande Oriente d’Italia, difendendo posizioni neutraliste e in alcuni casi simpatizzando per la Triplice. I profondi dissidi politici che si erano creati nei tre anni di guerra non potevano non avere ricadute sull’Istituzione. Come già accennato precedentemente, dalla fine del 1914 la massoneria aveva assunto nei confronti dei socialisti massimalisti e del nascente Partito popolare una posizione conflittuale, ma numerose erano state anche le critiche rivolte al mondo liberale legato a Giolitti. Ancora una volta la liberamuratoria voleva rendersi artefice di un «blocco democratico progressivo» che si opponesse «alla coalizione clerico-reazionaria e alle mene inconsulte del bolscevismo nostrano». Più esplicito fu il Gran maestro Ernesto Nathan che, memore della positiva esperienza bloccarda, sosteneva che il «blocco democratico» doveva «raccogliere insieme in un comune programma, tutti i partiti che hanno in animo di muovere innanzi, dal costituzionale democratico al riformista e al repubblicano». Le preoccupazioni dell’ex sindaco di Roma erano legittime considerato il gran fermento politico che caratterizzò il primo dopoguerra. Il 6 giugno 1919 i Fasci italiani di combattimento pubblicavano il loro programma, che conteneva numerosi punti graditi alla massoneria, come il suffragio universale maschile e femminile, la convocazione di un’assemblea costituente, l’imposta progressiva sul capitale, la creazione di forme di cogestione, la giornata lavorativa di otto ore, la scuola laica e, non ultimo, la rivendicazione di Fiume e della Dalmazia. Il GOI sostenne politicamente ed economicamente la preparazione dell’impresa fiumana e lo stesso Torrigiani svolse un’opera di mediazione con il presidente del Consiglio cercando di evitare il peggio in quelle convulse giornate dell’autunno del 1920. Nel primo dopoguerra la vita politica italiana visse un momento di grande fibrillazione. Il Partito popolare tenne allora il suo primo congresso, e lo stesso fece l’Associazione nazionale combattenti. Tutto questo avveniva quando il paese era scosso da un movimento di protesta contro il carovita e si preparava all’appuntamento elettorale dell’autunno. I vertici del Grande Oriente d’Italia stentarono a capire che il ruolo di integrazione sociale e di mediazione fra la borghesia e le classi lavoratrici, svolto con efficacia nel periodo liberale dall’Istituzione, trovava enormi difficoltà a essere applicato in presenza di un profondo conflitto economico, sociale e politico. L’indirizzo rivoluzionario impresso al Partito socialista dopo la rivoluzione bolscevica impediva, inoltre, ogni contatto e riproposizione di alleanze tra partiti democratici di matrice risorgimentale e partiti d’ispirazione marxista. Lo schieramento laico e democratico-progressista, naturale sponda politica della massoneria, entrò in crisi per la concorrenza esercitata sia dal Partito popolare, che aveva deciso di assumere una connotazione aconfessionale, sia dai Fasci di combattimento, appoggiati da quanti avevano visto la guerra come una prosecuzione del Risorgimento e, spaventati dal rivoluzionarismo massimalista, volevano riportare l’ordine. Un altro fattore che accentuò la crisi fu il passaggio al sistema elettorale proporzionale, tra l’altro sostenuto dalla massoneria, che scardinò il sistema del notabilato urbano di matrice laica e democratica che aveva dominato la scena politica nell’età giolittiana. Fu «il blocco dei partiti intermedi, costituzionali democratici, radicali, repubblicani e socialisti riformisti», per usare un’espressione del Gran Maestro Domizio Torrigiani - succeduto a Nathan, che era morto nel 1919 -, a essere sconfitto nelle prime elezioni del dopoguerra, che sancirono un consistente successo dei socialisti e dei popolari. La presenza di massoni in liste contrapposte impose una riflessione ai vertici del Grande Oriente d’Italia, che sentirono il dovere di richiamare all’ordine i propri affiliati riaffermando che la massoneria non era un partito politico e che, in assenza di un «partito massonico», le simpatie dovevano andare alle liste liberali e democratiche «d’ogni gradazione». La giunta deliberò che non si dovesse concedere a nessun partito un aiuto finanziario. E, d’altra parte, era necessario impedire che un partito si potesse servire della massoneria, dal momento che in essa tutti i credi politici godevano di un uguale diritto di cittadinanza. Come ha sottolineato Conti «i vertici dell’obbedienza massonica non riuscivano a percepire fino in fondo l’entità dei cambiamenti in corso nel paese e attribuivano a cause contingenti e congiunturali le ragioni dell’insuccesso dei partiti democratici e liberali di matrice risorgimentale. Torrigiani, nella fattispecie, ne ricavò il convincimento che la massoneria dovesse tornare ad avere una posizione più distaccata dalla lotta politica quotidiana e recuperare quella fisionomia di istituzione super partes preposta a svolgere un ruolo d’indirizzo e di coordinamento delle forze di progresso, che tanto aveva contribuito a costruire le sue fortune. Questa figura di super partes poteva acquisire un ruolo importante di mediazione tra ceti medi e classi popolari nel momento in cui il paese veniva scosso da un’ondata di scioperi che sfociò nell’occupazione delle fabbriche del 1920». I vertici del Grande Oriente, pur richiedendo il ristabilimento dell’autorità statale e quindi dell’ordine pubblico, riconoscevano che le agitazioni delle classi popolari erano legittime perché nascevano come conseguenza della disoccupazione e dell’aumento vertiginoso del costo della vita e chiedevano una maggiore sensibilità, nel campo della giustizia sociale, alla classe imprenditoriale. La difesa dei bisogni primari delle classi lavoratrici non significava accondiscendenza verso i socialisti e tanto meno verso gli occupanti delle fabbriche. Come spesso accadde nel periodo liberale, la massoneria si pose come mediatrice nei conflitti sociali e chiese ai propri affiliati che ricoprivano cariche dirigenti nelle associazioni industriali, come Gino Olivetti, di sostenere l’ipotesi di una soluzione arbitrale voluta dal ministro e «fratello» Arturo Labriola. Tale equidistanza si concretizzò da una parte con il rifiuto di Torrigiani di condannare pubblicamente le lotte operaie, perché non si pensasse che l’Istituzione era «l’organo dell’alta borghesia» e rimproverando quest’ultima di non aver fatto quelle concessioni che l’ora difficile richiedeva, dall’altra con la denuncia del rivoluzionarismo bolscevico, accusato di volere «instaurare senza indugio, con impressionante leggerezza, una dittatura proletaria che nel fatto è dittatura di una minoranza demagogica, avida, impreparata, è negazione di eguaglianza perché rompe la solidarietà fra gli uomini e la restringe a una classe sola, e, abbandonata apertamente ogni teorica di pacifismo, è minaccia e inizio di guerra civile». In questo clima di accentuata tensione si svolsero le elezioni amministrative. I partiti che la massoneria aveva sempre considerato come naturali referenti politici decisero che era necessario, per fermare l’ascesa dei popolari e dei socialisti, aderire, insieme ai fascisti e ai nazionalisti, alle liste denominate «blocchi nazionali». La crisi dei partiti laico-democratici, evidenziata dalle amministrative, preoccupava non poco i vertici del Grande Oriente d’Italia. Il Gran Maestro Torrigiani si spinse ad affermare che «i nostri partiti sono morti» e valutò positivamente la scissione del 1921 che portò alla nascita del Partito comunista d’Italia, sperando di poter recuperare il rapporto con i socialisti riformisti ricreando quel «blocco laico-socialista» che ai primi del Novecento aveva raccolto numerosi consensi. Con il venir meno dei propri riferimenti politici, la massoneria cercò di rendere riconoscibile il suo ruolo nella società del primo dopoguerra appoggiando nuovi soggetti come i ceti medi, in primo luogo attraverso le loro organizzazioni economiche e professionali. Questo spiega anche l’impennata delle adesioni che si verificò tra il 1920 e il 1923. L’altro problema che i vertici del Grande Oriente d’Italia dovettero affrontare fu il rapporto con il movimento fascista, nel momento in cui si scatenava la violenza squadristica; Torrigiani e i suoi collaboratori cercarono di contenere e frenare il fascismo condannando la violenza, quando non era a scopo difensivo, e l’eccessiva sudditanza nei confronti del mondo industriale. Non bisognava condividere, come organismo massonico, alcuna responsabilità con il fascismo, che doveva «perdere ogni spirito e colore antidemocratico» e diventare «una tendenza spirituale di patriottismo e di rinnovamento democratico nella vita italiana». Con queste parole il Governo dell’Ordine manifestava la propria condanna per la violenza, ma anche una decisa simpatia verso tutte le forze «patriottiche» che si opponevano al rivoluzionarismo di matrice bolscevica. Da questo clima di «misticismo patriottico» che entusiasmò le logge scaturì un composito schieramento formato da interventisti di sinistra (socialrifomisti, repubblicani, radicali), nazionalisti, futuristi, sindacalisti rivoluzionari e anarco-interventisti. Nei confronti di questo schieramento Mussolini si presentava come il più deciso difensore delle ragioni ideali della guerra, raccogliendo così consensi nei partiti con profonde radici laiche e democratiche, come per esempio quello repubblicano che, insieme a quello radicale, aveva solide basi nel Grande Oriente d’Italia. Lo stesso programma ‘sansepolcrista’ recepiva molte idealità massoniche, anche se la partecipazione della massoneria di ‘palazzo Giustiniani’ alla nascita dei Fasci di combattimento fu del tutto marginale ed è storicamente errato ricondurre a un progetto politico del GOI il comportamento di quegli affiliati che erano mossi unicamente da motivi personali e del tutto estranei all’indirizzo delle logge. Chi tenta a tutti i costi di accusare la massoneria di essere stata la levatrice del fascismo non capisce, o non vuole capire, che le Obbedienze furono un mosaico di tendenze e di singole individualità che non agivano in modo uniforme e soprattutto che portavano all’interno dell’Istituzione le proprie ascendenze e convinzioni ideologiche. Da una linea cauta e attendista, tenuta tra il 1919 e il 1921, si passò pertanto a un atteggiamento più critico nel momento in cui cominciarono a dilagare le violenze fasciste. Nelle elezioni politiche del 1921 la posizione del Grande Oriente rimase immutata: appoggio alle formazioni laico-democratiche e a quei candidati che avessero dimostrato coerenti sentimenti patriottici; ma ancora una volta le urne premiarono i socialisti e i popolari, e la presenza di deputati-massoni si restrinse ulteriormente. Proprio in quei giorni si stava consumando il divorzio tra fascismo e massoneria. Nel primo discorso pronunciato dopo le elezioni, Mussolini diede ufficialmente inizio alla lunga marcia d’avvicinamento alla Chiesa cattolica, avvicinamento la cui conditio sine qua non era rappresentata dalla distruzione della massoneria e del movimento anticlericale in genere. Il discorso del duce sconcertò i vertici del GOI, ma in quell’occasione prevalse tuttavia la scelta ambigua del Gran maestro di non prendere posizione nel timore che si costituisse un’obbedienza filofascista nel caso si fossero tentate aperture, come alcune logge reclamavano, verso la Sinistra. «L’obbligo fondamentale di propugnare il principio democratico» contemplato nelle Costituzioni massoniche mal si coniugava con la mancata ed esplicita condanna nei confronti di un movimento antidemocratico che aveva fatto della violenza uno dei suoi strumenti di lotta politica. Inoltre, la maggior parte dei massoni era contraria a qualsiasi apertura conciliatoristica ed era pertanto politicamente ostile ai popolari. Tra la fine del 1922 e l’inizio dell’anno successivo ci fu - pur in presenza di numerosi distinguo nei confronti dell’uso indiscriminato della violenza - un tentativo di riavvicinamento al fascismo da parte del Gran Maestro, avvenuto per mezzo di una famosa lettera che il capo del fascismo si affrettò a rendere nota attraverso la stampa. Questa apertura nasceva anche dall’esigenza di contenere l’ostilità dei nazionalisti e, soprattutto, della Gran Loggia d’Italia che, come è stato sostenuto da Renzo De Felice, era più vicina al fascismo e, non a torto, sembrava dare l’impressione di essere disposta a sacrificare sull’altare della sua lotta contro Palazzo Giustiniani buona parte dei propri scrupoli democratici e legalitari. Il progetto dei vertici giustinianei era di sfruttare i dissidi tra conservatori, nazionalisti e fascisti allo scopo di costringere questi ultimi a orientarsi verso sinistra distaccandoli dalle forze conservatrici e avvicinandoli alle masse lavoratrici. La politica fascista andava invece in tutt’altra direzione, mettendo in crisi anche quei massoni e liberali che sinceramente e ingenuamente avevano appoggiato Mussolini. L’inconciliabile posizione relativa ai rapporti con la Chiesa cattolica portò il Gran Consiglio fascista, all’inizio del 1923, a decretare l’incompatibilità tra l’iscrizione al Partito Nazionale Fascista e l’appartenenza alla massoneria. Per il fascismo, terminata la fase rivoluzionaria e assunto un ruolo istituzionale, era indispensabile instaurare buoni rapporti con la Chiesa e con i cattolici: ciò rendeva intollerabile il fatto che tra i suoi sostenitori vi fossero organizzazioni schierate a difesa della laicità dello Stato. Laicità che il GOI, proprio perché la stessa tradizione liberomuratoria imponeva «la laicità nella più rigida concezione, la libertà in tutte le sue estrinsecazioni, la sovranità popolare, fondamento incrollabile della nostra vita civile», ribadì nel suo programma nel corso dell’annuale Assemblea del 1923. Anche se Torrigiani continuava a difendere il landmark, che prevedeva ubbidienza all’ordine costituito, era chiaro che si erano ormai esauriti tutti gli spazi di mediazione. Da quel momento i fascisti ricorsero in grande stile alla tattica, già sperimentata, d’intimorire preventivamente l’opposizione dando via libera al terrorismo squadrista. A questa ondata di violenza a nulla valsero le denunce inoltrate al ministro della Giustizia, benché la «Rivista massonica» avesse proprio allora iniziato a pubblicare una rubrica che dava conto delle violenze individuali e delle devastazioni delle logge. Torrigiani, mostrandosi convinto che vi fossero ancora dei fascisti fautori della via legalitaria, appoggiò, nelle politiche del 1924, oltre alle tradizionali liste democratiche, anche quelle che comprendevano fascisti dissidenti. La vittoria del cosiddetto «listone» controllato dai fascisti spense però le ultime speranze, preparando il terreno alla decisa presa di posizione antifascista da parte del GOI che divenne esplicita in seguito all’assassinio di Giacomo Matteotti. Mussolini reagì affermando che tra i nemici del suo partito bisognava «aggiungere la massoneria giustinianea che ha dichiarato ufficialmente guerra al fascismo». La specificazione ‘giustinianea’ era quanto mai appropriata, poiché la Gran Loggia d’Italia e, in particolare, il suo Gran Maestro Raoul Palermi, anche dopo il delitto Matteotti aveva confermato a Mussolini la sua personale lealtà e quella della propria comunione, arrivando persino ad accusare il GOI, in alcune balaustre, di essere il mandante dell’assassinio del leader socialista, a suo dire commissionato con l’intento di danneggiare e screditare il fascismo. La spirale di violenza, che non risparmiò nessuna loggia, arrivando ad assalire più volte, con la complicità delle forze di polizia, la sede storica di Palazzo Giustiniani, raggiunse l’apice a Firenze fra il 25 settembre e il 4 ottobre 1925, quando si scatenò un feroce pogrom squadristico contro le persone e i beni degli avversari del fascismo e, in primo luogo, contro i massoni: fra gli uccisi vi fu il fratello Giovanni Becciolini, accorso in difesa del suo Venerabile; un mese dopo il massone Tito Zaniboni, ex combattente pluridecorato, fu arrestato mentre si accingeva a sparare al futuro duce, dopo che per settimane la polizia aveva seguito passo dopo passo la preparazione dell’attentato; all’episodio seguirono l’arresto del generale e massone Luigi Capello, considerato suo complice, l’occupazione poliziesca delle sedi massoniche e una nuova ondata di violenze. Il 6 settembre 1925 a Palazzo Giustiniani si svolse regolarmente un’Assemblea. La rielezione plebiscitaria di Torrigiani a Gran Maestro e quella a forte maggioranza di Meoni a Gran Maestro Aggiunto apparvero - oltre ai dati numerici relativi alla consistenza del popolo massonico - come una dimostrazione di forza e di compattezza anche grazie alle riforme interne realizzate negli anni precedenti, in particolare quella che sancì un’anomalia, tipicamente italiana, venutasi a creare di fatto già in occasione dell’Assemblea costituente del 1864. L’Obbedienza massonica italiana, regolarmente riconosciuta a livello internazionale, era fondata, dal punto di vista della struttura, su due Riti: il Rito Simbolico Italiano e il Rito Scozzese Antico e Accettato. Il Grande Oriente era un organo confederale avente funzioni amministrative, di coordinamento e di rappresentanza esterna, ma senza una propria base di logge. In base a ciò qualsiasi officina che «entrasse o nascesse» all’interno del GOI doveva scegliere se essere Simbolica o Scozzese e, conseguentemente, dipendere dagli organi dirigenti del Rito d’appartenenza. Se un profano entrava in una «loggia di Rito Scozzese» fin dal grado di «apprendista» faceva parte del RSAA, seguiva determinati rituali ed era assoggettato alle regole dettate dal Rito. Chi entrava invece in una loggia Simbolica aveva altri rituali, altre regole da rispettare e soprattutto, ipso facto, rinunciava ad acquisire ulteriori gradi superiori al terzo. Questa situazione - che non rientrava nella tradizione liberamuratoria, soprattutto di quella anglosassone e americana, in cui esisteva un rapporto ben distinto tra Ordine e Riti - fu certamente uno dei motivi della freddezza dei rapporti che intercorsero con la Gran Loggia Unita d’Inghilterra, che tuttavia, pur ritenendo non massonicamente corretto questo tipo di struttura, non mise mai in dubbio la legittima origine massonica del GOI. Questo ‘compromesso’ venne abolito nel 1922, quando fu stabilito statutariamente che il GOI aveva poteri e giurisdizione sui primi tre gradi e che tutte le logge erano alla sua obbedienza (mentre i Riti gestivano i gradi superiori al terzo in organi separati). Malgrado l’entusiasmo che segnò l’assemblea del 1925 il destino era ormai segnato. In quei mesi si stava perfezionando l’iter della legge che, seppur non nominandola mai, poneva la massoneria fuori della legalità. Il 20 novembre il provvedimento divenne a tutti gli effetti legge dello Stato e due giorni dopo Torrigiani decretò lo scioglimento di tutte le logge del Regno e di tutti «gli aggregati massonici di qualunque natura», a eccezione di quelli operanti all’estero, riservando al Grande Oriente il compito di continuare la vita dell’Ordine. La dittatura fascista aveva fatto convergere sistematicamente il terrorismo squadrista con l’azione parlamentare allo scopo di mettere fuori gioco la massoneria, considerata secondo le esplicite dichiarazioni del segretario aggiunto del PNF Giorgio Masi - «l’unica organizzazione concreta di quella mentalità democratica che è al nostro partito e alla idea della Nazione nefasta e irriducibilmente ostile, che essa, ed essa soltanto permette ai vari partiti borghesi e socialisti, dell’opposizione parlamentare e aventiniana la resistenza, la consistenza e l’unità di azione». Era a quel punto logico che ne derivasse secondo l’espressione usata da Benedetto Croce quello stesso 20 novembre «la distruzione del sistema liberale». Ed essa venne infatti perfezionata nel corso dell’anno successivo. Fu ancora un attentato, il colpo di pistola sparato contro il duce il 26 ottobre 1926 a Bologna dal giovane Anteo Zamboni - immediatamente ucciso dalle guardie del corpo di Mussolini -, a fornire il destro ai fascisti per un’ennesima ondata di violenze fisiche, prontamente seguita dalla violenza legale spinta al massimo grado: cioè dalla promulgazione, in novembre, delle «leggi eccezionali», che sciolsero tutti i partiti tranne quello fascista, dichiararono decaduti i deputati liberamente eletti, soppressero la libertà di stampa e istituirono il tribunale speciale contro gli oppositori del fascismo. Torrigiani, accusato di contatti con oppositori all’estero, venne condannato al confino dapprima a Lipari e, successivamente, a Ponza. Stessa sorte subirono il Gran Maestro Aggiunto Meoni, dignitari del GOI come i generali Roberto Bencivegna e Luigi Capello, lo scultore Giuseppe Guastalla e l’avvocato Ugo Lenzi. All’anziano Ettore Ferrari, pur avendogli devastato più volte lo studio di scultore, fu risparmiato il confino solo in virtù del precario stato di salute. Giovanni Amendola, invece, pagò con la vita il suo antifascismo. Il GOI tuttavia non scomparve. In Italia continuò la propria esistenza clandestinamente, cominciando nel contempo la faticosa opera di ricostituzione delle proprie strutture fuori dai confini nazionali.

 

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